Liturgia delle ore in Duomo
Il termine "liturgia delle ore" é apparso per la prima volta nel 1959: accolto successivamente in varie pubblicazioni, é stato scelto come altamente espressivo e consacrato dai libri della preghiera ufficiale della Chiesa.
La liturgia delle ore è l'attuazione più alta della missione di "preghiera perenne" affidata da Cristo alla sua Chiesa; essa prolunga nel tempo della storia il canto di lode che eternamente risuona nei cieli e che in Gesù Cristo, Sommo Sacerdote, ha vibrato e tuttora echeggia sulla terra.
Attraverso la supplica nelle ore del giorno e della notte, l'intera vita dei fedeli diviene una "leitourgia" (culto pubblico cristiano) e costituisce come la "cornice" dello stesso sacrificio eucaristico. Nell'ordinamento attuale viene adottata pure la dicitura "ufficio divino" (dal latino officium-dovere), quasi a sottolineare l'obbligazione canonica della preghiera liturgica della Chiesa. Nel rito bizantino si usa definire la liturgia delle ore "orologio": modo molto pratico ed essenziale per definire il carattere orario dell'ufficio.
II significato storico della liturgia delle ore affonda la sua origine nella vita comunitaria degli Apostoli e dei primi cristiani, che tradussero nel concreto di ogni giorno ritmi di preghiera comandata e praticata dallo stesso Gesù e fondata prevalentemente sui salmi. Poi, per tanti secoli, sia nelle chiese locali che nei centri monastici, comune fu l'ideale della preghiera oraria ed il suo contenuto salmodico, che talvolta si allargava all'uso dei cantici biblici e alle letture scritturali.
Interni
Lo schema che si affermò dovunque fu quello a sette tempi (notturno, lodi, terza, sesta, nona, vespri, compieta). Più breve in antico fu l'ufficio "cattedrale" costituito di regola solo di lodi e di vespri; più lungo, invece, quello "monastico" affermatosi ovunque con la Regola di S.Benedetto. Solo col Concilio Vaticano II le linee programmatiche spostarono l'ottica di riferimento: l'ufficio divino veniva concepito non più come preghiera propria del clero e dei monaci, ma dei battezzati tutti. Per questo esso fu imperniato su lodi e vespri, definiti il "duplice cardine dell'ufficio quotidiano" e rielaborati soprattutto per la celebrazione popolare al fine di esprimere e di attuare la missione della Chiesa orante.
Nella nostra Cattedrale di S.Maria del Fiore é d'uso la recita dell'Ufficio delle Letture e delle Lodi (la mattina di ogni giorno) e quella dei Vespri (alle ore 17,30 della domenica, delle solennità, e delle feste del Signore e della Madonna), affidata ad una comunità di sacerdoti diocesani chiamata "Capitolo". Essendo il Duomo la chiesa maggiore della Diocesi, questi tempi di preghiera vogliono esprimere simbolicamente la supplica della Chiesa fiorentina e in qualche modo rappresentarla. Mentre l'Ufficio delle Letture, in particolare, sottolinea il tempo di ascolto della parola di Dio, la tradizione colloca cronologicamente le Lodi mattutine (mattutino) al momento dell'aurora in coincidenza con la resurrezione di Cristo. Per questo esse cantano Cristo "sole nascente", "luce che illumina il mondo" e che viene a "visitarci dall'alto"; questa ora liturgica ricorda anche la creazione (mattino del cosmo) ed il mandato affidato all'uomo di plasmare il creato con la propria mente e con la propria volontà. I Vespri, invece, riprendono un'antica usanza romana per la quale la sera era la prima delle quattro parti della notte (vespro, mezzanotte, canto del gallo, mattino). Si recitano a conclusione del giorno, quando calano le prime ombre. La preghiera dei Vespri commemora la cena del Signore; ricorda la morte di Cristo con cui Egli chiuse la sua giornata terrena e celebra l'attesa dell'avvento definitivo del regno di Dio alla fine del giorno cosmico. Per questo é fortemente evocativo che la Chiesa, accompagnata da Cristo nel cammino della giornata, giunta a sera, lo preghi così "Rimani con noi perché si fa sera". Nel canto dei Vespri e nella liturgia eucaristica cosiddetta "capitolare" (la domenica alle 10,30), il Capitolo di S.Maria del Fiore cerca di favorire l'uso del gregoriano, che il Concilio definisce "canto proprio" della liturgia romana. Questo per non perdere del tutto melodie che hanno risuonato per secoli sotto le volte del nostro Duomo e per contribuire alla conservazione di un "bene" culturale e spirituale di primo ordine, che è di nuovo apprezzato da molti, giovani compresi. Lo stesso snodarsi gigantesco delle masse architettoniche della Cattedrale fiorentina, animate da ritmi ascensionali che traducono l'ansia d'infinito dell'uomo, sembra accompagnare al cielo la liturgia della terra in un'unica armonia di voci, anticipando la Chiesa che in Paradiso eternamente loda il suo Signore. Voglia Iddio che anche la grande folla di turisti che visita S.Maria del Fiore (ogni anno circa 6 milioni di persone) possa essere in qualche modo richiamata dalla magnificenza dell'ambiente e dall'impegno nella liturgia ad elevare il cuore al Dio vivente, che ha preso dimora nella santa umanità di Cristo, ma che non disdegna di "porre la sua tenda fra noi" anche mediante edifici e riti a Lui consacrati.

Can Paolo Ristori,
Proposto di S.Maria del Fiore